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Lunedì, 05 Giugno 2017 11:11

Quando Alziator scoprì Madeira, l'isola di ronaldo - di luigi spanu

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Sono quasi cent’anni, ormai, che gli Italiani, conoscono quest’Isola. Intendiamoci: la conoscono di nome, e non è poco, trattandosi di un’isoletta tanto lontana e favolosa che, nel medioevo, fu ritenuta l’lsola di San Brandano, sede del Purgatorio. Solo a metà del Trecento, essa compare con il nome di Isola de lo legname, (Madeira, in portoghese, significa legname), nel famoso Atlante Mediceo, poiché così l’avevano chiamata i Genovesi che l’avevano scoperta. Ma, se non volete gustarvi gli amici portoghesi, non parlategli dell’Atlante Mediceo e dei Genovesi, poiché per i Portoghesi è Vangelo che Madera sia stata scoperta ai primi del Quattrocento, dai loro connazionali Zarco e Teyxeira.

Un fatto, tuttavia, è certo: gli Italiani di re Umberto scoprirono Madera col Mantegazza, quando questi, nel 1876, ordinario di patologia generale da più di quindici anni, pubblicò in Milano un romanzo epistolare dal titolo Un giorno a Madera. Il libro, destinato a divulgare i pericoli dei matrimoni tra tubercolotici, piacque tanto agli Italiani che non solo ne fecero un best-seller, ma, per generazioni, se lo tramandarono non come libro d’igiene, ma come breviario d’amore.

Cosa valgono, in realtà, quelle pagine un po’ mediche, un po’ darwiniane ed un po’ patetiche non saprei dirvi; però è indubbio che quel libro, carpito a sfroso dalla libreria del babbo - (tutto era vietato ai ragazzi di non molti decenni fa) - il quale forse l’aveva sotratto anche lui a quella del nonno, fu lettura molto diffusa tra la mia generazione. Perfino Papini in Un uomo finito dovette ammettere l’influenza del Mantegazza sui giovani dei suoi tempi.

Il miraggio di un giorno a Madera, suscitato da quel titolo fortunato, passò nel bagaglio dei luoghi comuni, condominio anche di coloro che non avevano neppure aperto i libro e divenne un magico suscitatore di pensieri vagamente erotici e trasmarini. Negli anni trenta, nell’età del jazz e della generazione perduta, quando i personaggi di Fitzgerald vivevano tra nights e transatlantici, l’erotismo di Madera ebbe un forte rilancio tra noi e le commesse dei grandi magazzini evasero, nel sogno, al canto di Una notte a Madera, abbracciato con te.

In realtà, assai pochi degli Italiani di re Umberto e non molti di più di quelli degli anni trenta conoscevano Madera. Neppure oggi, che Madera è visitata da qualcosa come un quarto di milione di turisti all’anno, gli Italiani che vi approdano sono tanti. Chi ci dice poi se gli Italiani, guidati da quel loro buon senso antico, nato e rinforzato dalle infinite buggerature che la nostra storia ci ha sempre riservato, alla fine dei conti non l’indovinino? Con questo non voglio dire che Madera sia una buggeratura e sono anzi persuaso che quasi mille miglia di Atlantico - tante ce ne vogliono da Lisbona per approdare quaggiù - sono una esperienza che val la pena di fare.

Non è, infatti, di tutti i giorni trovarsi di fronte ad un arcipelago, sperduto nell’Oceano, nel quale, accanto all’isola di Madera, grande circa otto volte la nostrana Sant’Antioco, ma con trecentomila abitanti, ci sono isole non molto piccole, come le tre Desiertas e le due Selvages, abitate soltanto da tre o quattro fanalisti del servizio semaforico ed assolutamente intatte dai giorni della creazione.

Né è di tutti i giorni percorrere una regione nella quale, nelle cunette delle strade, crescono le piante che da noi si trovano solo dai fioristi di lusso e dove un incredibile cestino di frutta o un’orchidea di gran classe costano meno di un pacchetto di sigarette.

Madera è davvero un luogo straordinario, e nessuno vuol negarlo, ma quello che gli Italiani avvertono inconsciamente è che non è proprio indispensabile spendere tanti soldi e passare tanto mare per vedere una cittadina, anche se tanto graziosa come Funchal, e fare qualche escursione come sull’Appennino.

La realtà è che Madera non ha approdo per comitive aziendali, né Funchal è cittadina di masse o per weck-end di urlatori. A Funchal, il più assurdo connubio di marino e di montano che possa immaginarsi - nelle strade, a fianco l’una dell’altra, sono bianchissime case di tipo coloniale e bruni palazzetti che ricordano l’architettura tirolese -, nulla è fatto per i gusti della folla. Funchal è una capitale del raffinato, del silenzioso, del sofisticato alla maniera di mezzo secolo fa. A Funchal non manca niente di quello che è decoroso che abbia una capitale: musei, biblioteche, librerie, case editrici, giornali, tutto però in un formato ridotto che non è né ridicolo, né micragnoso, ma è anzi dignitoso ed elegante.

In una sola cosa Funchal esagera: nelle salite. Le salite genovesi, l’ascendere al Vomero, l’arrampicansi verso i vecchi quartieri cagliaritani sanno di dolce pianoro al confronto delle famigerate rampas di Funchal, sentieri da capre che, in brevissimo spazio, portano dal livello del mare agli stupendi miradouros a due o trecento metri d’altezza. Tutta l’Isola è il regno delle marce basse: c’è da credere che le auto maderasi non abbiano neppure la terza!

Una delle escursioni più consigliate ai turisti, quella da Funchal a Riberlo Frio, porta in meno di venti chilometri dal livello del mare a mille metri di quota, e, dopo altri venti chilometri, oltre Riberio Frio, a Pico Ruvio, a quasi duemila metri d’altitudine.

Anche Madera, come tutto il Portogallo, è un paese d’altri tempi e per questo non ha nulla da dire alle generazioni in maglione rosso o nero, per le quali una Vespa, o meglio ancora una auto, convenientemente smarmittata, fino a farla diventare un’apocalisse in marcia, rappresenta il bene supremo.

Funchal è città del silenzio - chissà quanto sarebbe piaciuta al divo Gabriele - è città per melanconici, forse, più che per tubercolotici e, forse, come tutta l’Isola, deve essere anche un luogo un po’ menagramo. Napoleone Bonaparte sostò a Madera prima del suo esilio senza ritorno, qui l’infelice Carlo del Portogallo, destinato ad insanguinare tragicamente il terreiro do Paco di Lisbona e Carlo di Asburgo, l’imperatore al quale non si può disconoscere il merito di aver tentato di troncare la carneficina della prima guerra mondiale, trascorse, in esilio ed in povertà, gli ultimi giorni della sua non lieta esistenza. Anche i primi abitanti di Madera, i leggendari fondatori di Machico, un incantevole centro della costa orientale, furono deportati: Robert Mac Kean (da cui il nome di Machico) ed Anna d’Orst, due amanti inglesi del Trecento, a cui sarebbe stato concesso di sopravvivere, purché non lasciassero la deserta isola. Sotto un cedro gli amanti costruirono la loro capanna e quando Anna morì ebbe anche fossa e croce sotto il cedro e lì Robert le spirò accanto dopo averla sepolta.

Non tutto, però a Madera è reverie, leggenda e...iettatura. La gente anche qui si è fatta pratica e sa, come si dice, il fatto suo, e, dal punto di vista dell’organizzazioni dell’industria turistica, gli isolani sono una grande lezione per tutti. Soprattutto per noi, a Cagliari, che guardiamo al turismo un po’ come a qualcosa che possa avvenire miracolosamente, un po’ come ad un qualcosa che, in fondo pare imbratti le mani. Trecentomila maderesi, uomini e donne, vivono quasi totalmente del turismo ed a quanto pare ci vivono discretamente: le donne ricamano per i turisti o per loro intrecciano mobili ed oggetti di vimini, dalle scuole escono interpreti e guide altamente qualificate, i contadini coltivano fiori e viti per i forestieri, i pescatori riforniscono gli alberghi e nei negozi si vendono souvenirs di gran buon gusto, frutto di un artigianato tradizionale non prostituito dalle più basse esperienze né esiste la solita paccottiglia sul tipo dei nostri nuraghi portacenere, dei ricami che di sardo non hanno nulla o, peggio delle filigrane fatte, a stampo, in Germania. 

A Madera si offre al forestiero il meglio, a prezzi onesti, e si cerca di soddisfarlo in ogni suo gusto, e di fargli trovare, sin dallo sbarco, tutte lì, sicché, a due passi dal molo, potete ammirare le antiche slitte di Monte, trainate da buoi o da facchini: che vestono di bianco con sul capo una magiostrina modello 1912, come quella che portavano i nonni sulla rotonda dei Bagni Carboni di Giorgino.

La sorpresa più gradita, il pezzo forte per le turiste, lo si trova però a Pico dos Barcelos: il palanchino di stoffa a fiorami, che pende da un robusto trave, affidato alle spalle di due portatori.

Dove ancora, nel mondo, si viaggia in palanchino? In qualche dimenticato angolo d’Asia e forse, con i tempi che corrono, forse neppure lì. Ora si va dovunque con le funi le seggiovie o gli ascensori. A Madera, la gente che non è stupida né fanatica del progresso si è detta: Ascensori e funivie se ne trovano dovunque, noi conserviamo invece il “palanchino”. In questo modo, ogni giorno che il buon Dio manda sulla terra, le turiste che salgono a Pico dos Barcelos si fanno portare in palanchino, magari solo per scattare una foto e lasciano tanti bei soldini ai buoni indigeni per i quali il turismo non appare né come un miracolo che verrà dal cielo, né come qualcosa che imbratti le mani.

Che lezione, questa di Madera! Soprattutto per i saloni del nostro turismo; bisognerebbe proprio che se ne rendessero conto di persona e poiché di viaggi ne hanno fatti tanti potrebbero farne ancora uno ed andare, magari per un giorno, a Madera. 

 L’Unione Sarda 20.9.1964

dal libro "Francesco Alziator in viaggio" (GIA editrice)      

 
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Giorgio Ariu

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