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Martedì, 20 Giugno 2017 10:57

italia:la giustizia e il tramonto dei diritti - di rodolfo meloni

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Le vicende giudiziarie che sono state riportate di recente, non dalla grande stampa né dai mass media, ma solo da parte dei mezzi di informazione non ancora offuscati dalla nebbia giustizialista che pervade il nostro paese, meritano un opportuno approfondimento, consentendo di fare il punto dello stato dell'arte in tema di funzionamento della Giustizia anche alla luce della recente approvazione  in Senato del DDL Orlando.

Taranto, Napoli, Torino e Firenze rappresentano una vera e propria via crucis del nostro sistema giudiziario.

Firenze.

La Corte d'Appello di Firenze rigetta la domanda di Raffaele Sollecito volta ad ottenere il risarcimento danni per la sua ingiusta detenzione.

L'inadeguatezza ed inefficienza del sistema giudiziario in termini di condanne ingiuste e/o di aperture di procedimenti penali e rinvii a giudizio ingiustificati ma opportunamente e tempestivamente fatti rimbalzare sui mass media e/o assoluzioni conseguenti alla decorrenza di lunghissimi termini di durata del processo sono sotto gli occhi di tutti.

Non bastano scuse o mea culpa, pur quando sinceri, per riparare i torti e i pregiudizi causati, tanto più quando la “ciliegina sulla torta” è costituita da illuminate decisioni, come quella della Corte d'Appello di Firenze nel caso Sollecito, con cui si nega un lapalissiano errore giudiziario.

A nessuno può essere sfuggito che la Corte d'Appello di Firenze ha respinto la richiesta risarcitoria avanzata da Raffaele Sollecito in relazione al processo Meredith, ove all'esito di svariati processi fu assolto definitivamente.

La straordinarietà della decisione deriva dal vero e proprio azzeramento del giudizio espresso dalla Suprema Corte circa l'inadeguatezza, incompletezza ed inefficienza delle indagini, per scaricare la responsabilità sul Sollecito che avrebbe indotto in errore giudici e inquirenti, tra l'altro “per non aver fornito un'adeguata spiegazione della incongruità delle sue dichiarazioni rispetto all'esito delle indagini”. 

In sostanza si addebita a Sollecito di essersi avvalso della facoltà di non rispondere e cioè di un diritto garantito dal Giudice e il cui esercizio non può costituire elemento di colpa.

È chiaro che si tratta di un indirizzo giurisprudenziale incompatibile con il principio del giusto processo e che di fatto ha l'unico scopo di rendere l'esercizio del diritto all'indennità per ingiusta detenzione sempre più arduo e difficile.

Da qui a ritenere tale sentenza strumentale perchè diretta a creare uno scenario che allontani gli inquirenti ed i magistrati di quella vicenda dalla possibilità di dover rispondere a titolo disciplinare e/o risarcitorio il passo è breve.

Le indicazioni date dal Dott. Davigo secondo cui l'unico errore è quello di assolvere l'imputato che, quindi, ove anche assolto non può ritenersi innocente, sono state puntualmente raccolte e trasfuse nella decisione di Firenze.

Taranto.

In questo caso un povero cittadino viene definitivamente condannato a scontare 20 anni di carcere sol perché la polizia giudiziaria, il PM ed i giudici hanno interpretano male una frase detta in dialetto pugliese risultante in un'intercettazione telefonica confermata de relato da un collaboratore di giustizia.

Solo dopo vent'anni, in sede di revisione, i giudici riconoscono l'errore.

Quindi la prima lezione che se ne trae è che nel nostro sistema giudiziario basta una non meglio precisata accusa de relato fatta da un pentito e uno spezzone di intercettazione mal interpretato per giustificare la condanna di un innocente.

La realtà è che questa vicenda porta all'attenzione di tutti un problema ben noto agli operatori del diritto che quotidianamente vivono le aule giudiziarie ma che magistrati, stampa giustizialista e certi settori della politica fanno finta di non conoscere.

Nel nostro processo penale la presunzione di innocenza (noi la chiamiamo di “non colpevolezza” e ciò la dice lunga sul livello di garantismo applicato nel nostro paese) e la previsione della condanna solo quando vi sia certezza di colpevolezza al di là di ogni ragionevole dubbio sono ipotesi di scuola, buone per convegni e tavole rotonde ma raramente applicate al momento della decisione nelle aule di giustizia.

Nei nostri Tribunali e nelle nostre Corti vige la presunzione di colpevolezza, per cui se l'imputato non prova la sua innocenza viene condannato.

La lezione che si trae è che per evitare che polizia giudiziaria, pubblici ministeri e giudici possano sbagliare in tal modo è meglio parlare in italiano e non in dialetto!

Ma la verità è che ci troviamo di fronte all'ultima di una lunghissima teoria di errori giudiziari che trova la sua genesi nella sciatteria delle indagini, nella mancanza di attenzione, nel disconoscimento dei diritti degli imputati e pertanto nella mancanza di ogni senso di responsabilità in chi indaga e giudica il tutto sostenuto dalla certezza che qualunque errore il magistrato possa commettere non vi saranno conseguenze.

Napoli.

Il presidente del PD campano, Stefano Graziano, viene indagato per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa per decisione della DIA di Napoli. 

Apriti cielo!

La notizia della semplice esistenza dell'indagine scatena “l'intellighenzia giornalistica” del partito dei PM.

I soliti Travaglio e Saviano si scatenano nel rappresentare come dato certo il sodalizio tra PD e camorra e con loro il Vice Presidente della Camera Di Maio.

Dopo pochi mesi la DDA chiese ed il GIP dispose l'archiviazione ma la DDA di Napoli, non paga, inviò gli atti alla Procura di Santa Maria Capua Vetere perchè procedesse per voto di scambio.

Anche quest'indagine finì con l'archiviazione.

Non ricordo articoli di Travaglio e Saviano che abbiano commentato tale notizia e formulato scuse al Graziano, mentre quelle di Di Maio vengono fatte a denti stretti e con tanti “se” e “ma”.

A questo punto è d'uopo fare una breve digressione.

Non è errore giudiziario solo quello che deriva da un'ingiusta condanna o carcerazione, ma lo è anche quello che deriva dall'ingiustificato avvio di un procedimento penale che, alla faccia dei divieti codicistici, viene fatto transitare sui mass media provocando lo stesso effetto di una condanna.

Una richiesta di rinvio a giudizio ingiustificata ha la stessa valenza di errore giudiziario quando avviene senza prove o di fronte all'evidente innocenza dell'indagato o per evidenti e ingiustificabili errori commessi nello svolgimento delle indagini preliminari!

Per un cittadino normale la solo apertura di un procedimento penale può costituire una condanna anticipata.

Nel nostro ordinamento esiste una sorta di “zona franca” in cui il cittadino può essere ingiustificatamente indagato o processato e non ha sostanziali strumenti per ottenere il riconoscimento dei pregiudizi subiti.

Torino.

La terza ed inquietante vicenda è quella di Torino. Uno stupratore di bambini viene assolto dopo venti anni in appello essendo il suo reato prescritto.

Il PG e Presidente del Tribunale di fronte alla macroscopica evidenza dell'errore non si sono nascosti dietro un dito accusando, come al solito, gli Avvocati ma hanno chiesto scusa attribuendo all'eccessivo carico di lavoro in un contesto di inadeguata organizzazione di mezzi e personale le ragioni dell'errore. Anche perchè c'era poco da discutere.

Cioè la prescrizione era maturata in Appello - neanche in Cassazione -  dopo vent'anni di cui undici in primo grado e nove per quello d'appello.

Il corollario di tale situazione è che, evidentemente, il fenomeno della prescrizione non può mai risolversi aumentando la durata dei termini o sospendendone il corso dopo le sentenze di condanna, come sostenuto dalla magistratura e da una vasta categoria di benpensanti, tanto da avere indotto l'attuale governo a prevedere un allungamento dei tempi nel DDL Orlando.

Invero il tal modo l'unico effetto che si produrrebbe sarebbe quello di violare il principio della ragionevole durata del processo, che è di prevalente valore, con conseguente aumento a dismisura del carico dei processi in corso.

Nell'affrontare questa tematica troppo spesso ci si dimentica che nel nostro ordinamento il termine oltre il quale è configurabile l'irragionevole durata del processo è sancito normativamente dalla Legge Pinto, che da par suo la Corte Edu sistematicamente ritiene inadeguata.

In sostanza le soluzioni prospettate dai fautori dell'allungamento e/o sospensione dei termini di prescrizione servono al più a tamponare precariamente gli effetti, ma mai a eliminarne la causa.

E' considerazione elementare quella secondo cui è giustizia solo quella che viene resa in tempi celeri.

Qualsiasi assoluzione e/o condanna resa dopo molti anni dal fatto ha sempre la connotazione di ingiustizia.

Ma questa vicenda è importante perchè per una volta consente di affrontare i problema senza suggestioni ma avendo ben presente come e perchè si verificano tali storture del sistema giudiziario.

In realtà, come accadde nel caso Eternit e come le indagini della Eurispes e del Ministero di Grazia e Giustizia hanno accertato, il fenomeno della prescrizione nel 70% dei casi matura nella fase di indagini preliminari e cioè in un momento processuale in cui non hanno ancora parte l'Avvocato ed il giudice.

Quindi se si vuole concretamente affrontare e risolvere il problema e non semplicemente tener buona la ANM e la parte giustizialista della società occorre verificare in profondità e con lucidità il funzionamento delle Procure e degli Uffici dibattimentali cercando di capire perchè il fenomeno si verifichi in modo costante.

Taluni esponenti di certa illuminata cultura arrivano a sostenere che la prescrizione dovrebbe bloccarsi dopo la sentenza di primo grado sino a quella definitiva.

Se accedessimo a tale strampalata tesi, oltre che il tramonto del principi della ragionevole durata del processo, creeremo una sorta di giustizia parallela a quella ufficiale ove si decide diversamente a seconda che il reato sia o meno ritenuto grave non si sa da chi ed in omaggio a quali elementi di giudizio.

Si tratta di visioni paranoiche della giustizia che non possono trovare ingresso in uno Stato di diritto e in un ordinamento ove prevale la civiltà del processo. 

Arriveremo all'assurdo che un processo potrebbe durare senza limiti di tempo per cui l'indagato si troverebbe ad essere giudicato dopo decenni e decenni per cui perderebbe significato l'essere assolto o condannato.

Certe opinioni di chi a parole si professa garantista ma poi nei fatti è un vero giustizialista mal si attagliano con il nostro sistema costituzionale!

Il prolungamento dei termini di prescrizione così come è previsto nel DDL Orlando  già passato con la fiducia al Senato, come di recente ha affermato il Presidente della Corte di Cassazione Canzio, costituisce un insulto alla  Civiltà Giuridica.

Ecco questo è il punto.

Manca come al solito la volontà di affrontare in modo organico e razionale il problema. 

In tale ottica ciò che, invece, deve apparir chiaro e che è sempre stata l'Avvocatura penale in genere e l'UCPI in
particolare a sollecitare l'individuazione delle cause del fenomeno e l'adozione degli strumenti normativi per risolverlo ma senza ledere fondamentali principi costituzionali e sovranazionali dei cittadini.

Per contro la magistratura si oppone vibratamente ad ogni modifica codicistica che ne limiti il potere e sempre più spesso la politica si adegua alle sue richieste.

Il succo finale del discorso e che per risolvere i problemi della Giustizia non bastano interventi ripetuti per  soddisfare esigenze che più che giudiziarie appaiono dettate da populismo,  da forti spinte emotive e  da compromessi politici.

La Riforma della Giustizia dal punto di vista del diritto penale e del diritto processuale esige un deciso cambio di mentalità in tutte le componenti destinate a intervenire nel relativo procedimento legislativo. 

La magistratura e l'Avvocatura debbono, con pari dignità, essere chiamate a trovare una soluzione che consenta di creare un sistema finalizzato alla creazione di un “giusto processo” nella più vera accezione tecnica del termine.

La politica deve consentire tale operazione senza distorcere il senso di una riforma solo per soddisfare  interessi   non  collettivi ma semplicemente partitici e aprirsi ad una riforma globale del sistema.

La certezza del diritto, la separazione delle carriere, la riforma del CSM, la previsione di un sistema di effettiva responsabilità dei magistrati, di adeguato riconoscimento degli errori giudiziari, l'effettività delle impugnazioni ed il rispetto delle regole di funzionamento da parte di tutte le componenti dell'ordinamento giudiziario sono momenti essenziali dell'auspicata riforma.

Le camere penali, condividendo l'opinione espressa da grandi magistrati come Giovanni Falcone, e da grandi cultori del diritto come Giovanni Leone, Giandomenico Pisapia, Giuliano Pisapia, Giovanni Conso, Giuliano  Vassalli etc, dal 5 maggio  hanno in corso in Italia la raccolta di firme per la proposta di legge di petizione popolare che prevede la separazione  delle carriere di PM e Giudice.

Il c.d. giusto processo previsto dal'art. 111 cost. disciplina un giudizio in cui il PM rappresenta l'accusa, l'avvocato la difesa  e il Giudice si pone come terzo e imparziale.

Come possa essere terzo e imparziale il Giudice nel momento in cui appartiene alla stessa  famiglia del PM,  con uguale  CSM e possibilità di passare da una funzione all'altra non è dato comprendere.

Ecco la separazione  delle carriere appare un passo determinante  in prospettiva  della creazione di un sistema  giudiziario celere, efficiente e giusto.

Le Camere Penali da marzo per 5 giorni al mese si astengono  dalle udienze contro il DDL Orlando sulla riforma  della giustizia e cioè un provvedimento approvato con la fiducia  violando il principio  della riserva  di legge in materia penale.

Si tratta di un pacchetto di norme disorganico e inaccettabile contenente disposizioni quali  la possibilità  del processo  a distanza, la sospensione della prescrizione dopo  le varie sentenze, la mancata previsione  della riforma  delle intercettazioni e così via.

La posizione di netta contrapposizione assunta dall'Unione delle Camere Penali la configura come l'unico organismo associativo che  slegato da giochi politici operi nell'interesse del diritto e a tutela dei diritti del cittadino.

Avv. Rodolfo Meloni Presidente della Camera Penale di Cagliari

 

Letto 301 volte Ultima modifica il Martedì, 20 Giugno 2017 11:58
Giorgio Ariu

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