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Venerdì, 15 Settembre 2017 12:50

claudio castrogiovanni, il cacciatore dopo il commissario maltese - di emilia filocamo

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A tu per tu con Claudio Castrogiovanni fra tv, cinema e  nuovi progetti.

Le interviste  sono viaggi ai quali ci si prepara con un bagaglio breve di domande possibilmente giuste e la giusta disposizione; si diventa ricettacolo di sogni, progetti, passato e futuro.

Le interviste, come ogni viaggio che si rispetti, si compongono di scoperte, di intuizioni, di angolazioni dalle quali, un po’ come se si trattasse di davanzali a precipizio sul più bello dei panorami, permettono di ammirare, imparare e considerare.

In questa intervista a Claudio Castrogiovanni ho portato con me del viaggio la curiosità e la scoperta: ho scoperto e imparato che esiste la “ filata”, termine utilizzato per indicare una prova generale e definitiva, comprensiva non solo di uno sforzo di perfezione della memoria con le battute da recitare, ma anche e soprattutto dei movimenti, di come si conquista lo spazio sul palcoscenico e del puntamento delle luci. Ho scoperto ed imparato che esistono dei ruoli “ tinca”, di raccordo, che rientrano nell’economia di una storia e sono funzionali alla predominanza di altri ruoli. E ho scoperto quanta fatica e quanta dedizione si innestano in un percorso di vita che fa della recitazione il proprio obiettivo: Claudio Castrogiovanni da bambino si sognava medico, ma è diventato avvocato abilitato, ed è stato scoperto come attore con l’imprevedibilità che solo caso e destino sanno mettere insieme; Claudio Castrogiovanni ha una passione smodata per la cucina e per il gusto, ultima manifestazione del getto di creatività che lo contraddistingue.

Mi “ immergo” in un racconto fatto di set e palcoscenico, di scelte di vita e di attese, di rifiuti anche, magari ponderati diversamente con il senno di poi e che tuttavia non hanno mutato di una virgola in negativo il percorso artistico, riproponendosi poi, al momento giusto, con più insistenza.

Claudio, a cosa stai lavorando in questo momento? Sto girando una nuova fiction, con Francesco Montanari, che andrà in onda l’anno prossimo su Rai 2, il Cacciatore, prodotta dalla Cross, gli stessi di Rocco Schiavone e dedicata alla storia del magistrato Sabella. Poi la seconda serie de La Mafia uccide solo d’Estate. Ho inoltre debuttato in un festival con la direzione di Francesco Montanari con Mistero Buffet di Marco Melloni e con le canzoni di Piji, un paradigma dei comportamenti degli italiani che prende spunto proprio dal comportamento che adottiamo davanti ad un buffet. Abbiamo debuttato al Festival di Lunghezza ed il 3 ottobre saremo allo Spazio Diamante, uno spazio che orbita attorno al Teatro Brancaccio. L’idea è di farne una tournee: è uno spettacolo che mi soddisfa molto anche per la mia passione per la cucina, da 3 anni faccio anche il cuoco a domicilio. Cucinare ha un potere tranquillizzante su di me. E poi sarò in Squadra Mobile 2.

Che tipo di esperienza è stata lavorare nel Commissario Maltese? E cosa secondo te, che hai vissuto questa straordinaria fiction dalla pancia, ne ha decretato il successo?Di sicuro Gianluca Tavarelli ha garantito una cifra stilistica moderna, e poi il ritorno in tv di Kim Rossi Stuart, dopo tanti anni, è stato fondamentale. Kim ha fatto un lavoro di cesello unico, nonostante non abbia partecipato a tutta la serie, è stato bellissimo interagire con lui e con Tavarelli, calibrare le energie, fra l’altro io e Kim dovevamo interpretare gli amici di una vita, con un rapporto di fiducia e confidenza.

Qual è, da addetto ai lavori, la vera forza della fiction italiana?Bella domanda. In realtà la forza è quella di raccontare storia tipicamente nostre, ma, nel contempo, è anche un limite, ha un potere ed una accezione ambivalente. A tratti è come se fossimo imbrigliati, imprigionati nelle nostre storie. Le storie che ci arrivano dall’estero, dal mondo, sono sicuramente frutto di un filtraggio, di una “ selezione naturale” che ci fa arrivare solo il meglio. Ma tutte sono caratterizzate ed accomunate da una grande dose di coraggio, di volontà di rompere gli schemi. Noi forse rischiamo meno, preferiamo  concentrarci su temi soliti. Mi auguro che nel futuro si vada nella direzione della scoperta: abbiamo in Italia scrittori di un talento straordinario e la scrittura è fondamentale in una fiction. Una fiction è paragonabile ad un romanzo, del quale di volta in volta leggi i vari capitoli.

In parte hai anticipato la mia prossima domanda, perché volevo appunto chiederti cosa ti aspetti dal cinema italiano nei prossimi anni. Ma in realtà il nostro cinema sta diventando un po’ più coraggioso e sperimentale. Ad esserti sincero, non ho la necessità di nuovi temi, piuttosto mi manca una struttura industriale che confrontata, ad esempio, con quella della Francia, fa capire che siamo ancora in una fase embrionale. Il cinema è una grande industria e credo vada considerato questo modo, ecco cosa mi manca. Poi le storie ci sono, sono tante e molte davvero incredibili.

Hai seguito la 74esima edizione del Festival di Venezia? Le tue impressioni? Felicissimo per Guillermo del Toro, è stato capace di realizzare una storia fantastica attingendo dalla realtà. Ecco forse il nostro limite: in Italia non riusciamo a raccontare il grottesco che diventa realtà, o raccontiamo il grottesco, o la cruda realtà. Ma il cinema è immaginazione, è magia, e forse una linea di demarcazione così evidente fra le due cose, vanifica l’obiettivo, dovrebbe essere più sfumata.

Una giornata tipo di Claudio Castrogiovanni sul set?In realtà non si può parlare nel mio mestiere di giornate tipo. Se si gira in città, ad esempio, bisogna partire molto presto, cominciare anche alle 6, per motivi pratici e logistici. Oltre che di luce. O magari è necessario girare fino a notte fonda. Poi le cose cambiamo completamente quando si lavora a teatro. In genere ad esempio la sera prima del debutto si cerca di ricreare, anche temporalmente, rispettando perfino lo stesso orario in cui si andrà in scena, la prima. In quella che viene definita la “ filata” non si riprovano solo le battute  ma anche i  movimenti per il puntamento delle luci.

Potendo tornare indietro, cambieresti qualcosa del tuo percorso artistico? Anche questa è una bella domanda. Probabilmente, dopo aver lavorato con la Taodue per 3 serie del Capo dei Capi e per Squadra Antimafia, non rifiuterei la proposta di ruolo che mi era stata offerta per Ris. Ma in quel momento non ritenevo quel ruolo adatto a me, un ruolo un po’ da cerniera, che serviva all’economia della storia, o ruolo tinca, come si dice in gergo. Però sono arrivato alla consapevolezza che un attore deve mettersi alla prova in tutto, nei ruoli che sembrano più congeniali alla propria inclinazione,  così come in quelli di raccordo. Ecco forse, potendo, cambierei questo.

Cosa sognava Claudio Castrogiovanni da bambino? Ho sempre avuto tanti sogni, uno era fare il medico, poi mi sono trovato a diventare avvocato abilitato. Ero all’Università, cantavo in un gruppo quando Piparo, il regista di Jesus Christ Superstar, casualmente mi sentì cantare a Messina  e mi fece un provino. Da lì è partito tutto. Ed è cambiato tutto. Così come cambia tutto, oggi mi ritrovo anche ad avere la passione per la cucina, trovo che cucinare su di me abbia quasi un effetto taumaturgico. E’ un modo per canalizzare la creatività in maniera molto pragmatica. Quando ero a teatro con Favino in Servo per 2 ho imparato da lui che, da attori, non bisogna essere solo ricettivi, ma anche e soprattutto propositivi rispetto ad una storia, o ad un personaggio. L’intervista con Claudio Castrogiovanni finisce qui, fra consigli, terminologie da cinema o da teatro, “ rituali” tecnici da debutto, occasioni mancate ed occasioni che ritornano. Come è giusto che sia quando talento e destino hanno deciso di spartirsi una vita, in questo caso la sua. 

 

Letto 229 volte Ultima modifica il Lunedì, 18 Settembre 2017 11:27
Giorgio Ariu

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