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Lunedì, 18 Settembre 2017 11:16

Giorgio Princivalle o la pittura sussurrata - di carlo nieddu arrica

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Non sono pochi gli studiosi, storici o psicologi dell’Arte, che si sono applicati per cercare di svelare i misteri legati alla creatività, ipotizzando risposte su come le nostre percezioni visive reagiscono davanti ad un dipinto, come possano sgorgare in emozioni o su come l’opera possa assumere in noi i significati più vari.

In particolare quando le opere stesse non rappresentano la quotidianità, gli aspetti abituali degli oggetti o della natura ma un qualcosa di surreale o areo, apparentemente imprendibile.

Sovente ne rimaniamo affascinati, rapiti.

Si pensi ad esempio alle famose opere di Marc Chagall. Prospettive improbabili, anatomie innaturali, animali o soggetti umani che si librano nell’aria con artistica naturalezza. L’assurdità del linguaggio pittorico non trattiene tuttavia la nostra capacità di comprensione tramite nuove e forse più profonde accezioni, spesso vivissime.

Mondi psicologici che si imprimono più che se fossero reali affrancandoci dalle loro regole, in un gioco di assurda normalità.

A noi sembra che un pittore sardo, ancor più di altri, possa considerarsi emblematico rispetto a questa ricerca di interiorità, a queste percezioni, nella sua raffinata rappresentazione sognante, Giorgio Princivalle.

Sul filo della memoria infatti si entra, attraverso una pittura leggera in un universo unico, chimerico e tutto suo, nel quale la demarcazione tra l’inconscio ed il cosciente si fa flebile.

Sfiorate delicatamente dai ricordi di un’infanzia lontana eppur presente, le opere di Princivalle ci prendono per mano per condurci in una dimensione tanto irreale quanto poetica del rammemorare, fin dentro la sua tematica intimista e come per un incantesimo al significato delle cose, così rese, reinventate e proposte, finisce per sovrapporsi anche la nostra di memoria.                                                                                      Fili che si intrecciano tra chi osserva e chi crea.

Forse per i valori estetici sempre sussurrati, per le atmosfere sussurrate.

Quel mare silenziosamente placido, in una giornata di guizzi di sole, magari di festa, quei casotti improvvisi dai tonali impalpabili, che si ergono da brandelli di un nulla tacito, quasi fossero miraggi, ora ci coinvolgono ora ci meravigliano.

Verità rivelate sfumate eppure vibranti, atti d’amore per la terra natia.

Connotazione onirica che si ritrova nei garbati cavallini a dondolo, sovente  incastonati in metaforiche vetrinette  - caselle mentali, stati interiori senza tempo - e non sapremmo dire se per essi sia più dolce il riposo da quel dondolio o più struggente il ricordo di tante fanciullesche avventure.

Perfino i ritratti dai sorrisi soavi appaiono sottratti alla tangibilità ma vivi di densa espressività. Qualcosa di vago che sta sospeso tra la vita ed il sogno, come un biancheggiamento di stelle lontane o l’affiorare lento di una nostalgia.

Così pure le nature morte accostate ad un galletto  - presenza che plana imprevista nella sua astrusa candida bellezza - evocano la forza di qualcosa che sentiamo paradossale  e vera nello stesso tempo. Ossimori dell’Arte.

L’Artista quindi non pare voler limitarsi al solo narrare, al descrivere ma volgere verso nuovi confini del simboleggiare.

E’ la potenza eterea dei suoi simboli  pittorici, nel fluire arricchita da una efficacia di identificazione, che ci spinge di fatto a recuperare un’infanzia colma di rimpianto, fascinata dalla presenza dei balocchi, intrisi di innocenza e stupore.

I suoi balocchi. La cosa più cara agli occhi di un bimbo.                                L’unica cosa valga la pena dipingere.

Carlo Nieddu Arrica

Letto 218 volte Ultima modifica il Lunedì, 18 Settembre 2017 11:18
Giorgio Ariu

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