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Martedì, 10 Ottobre 2017 12:10

il regista max croci, ecco la sceneggiatura vincente - di emilia filocamo

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Comprendo se una sceneggiatura è vincente quando riesco a non distrarmi. Cronaca di una chiacchierta con il regista Max Croci.

L’emozione come radice, origine di tutto, un big bang interiore che si tramuta in gioia, in successo, in convinzione; una deflagrazione senza danni, una conquista che parte da un sentimento autentico. Onesto. E quando l’emozione è vera, appunto, non ci sono filtri, diaframmi, paratie o ostacoli che possano impedire la realizzazione di un sogno.  Una infiltrazione  di emozioni autentiche:  così posso definire l’intervista al regista Max Croci, a proposito del quale, citarne solo i film, da Poli Opposti a Al Posto Tuo, è sicuramente importante. ma non rende abbastanza quanto è riuscito a comunicarmi in termini di passione e di incanto. Perché è un artista incantato ed innamorato di ciò che fa, e chiedergli se esiste una formula per ottenere il successo, diventa banale, riduttivo. La sua formula, il suo misterioso abracadabra, è soltanto uno, l’emozione. Che si traduce in commozione, in compartecipazione, in devozione a ciò che fa, in capacità di attrarre gli attori e stabilire con loro un feeling che diventa famiglia, e trionfo.

Signor Croci, come fa a capire se una storia è valida, se è quella giusta? Tutto parte dalla sceneggiatura, da quanto mi prende: se, iniziando a leggerla,  mi fermo dopo poco, a metà, se mi distraggo e faccio altro, allora non è esattamente quella giusta. Se, invece, la leggo tutta d’un fiato fino alla fine, allora è fatta. Recentemente mi è successo con una sceneggiatura talmente bella che, sul finale, mi sono commosso. Adesso spero ardentemente di riuscire a portarla al cinema.

Posso chiederle a cosa sta lavorando in questo momento? Ho una serie di progetti, ho letto diversi libri e mi sono soffermato in particolare su  due. Attualmente sto cercando delle idee per il trattamento, ma per scaramanzia non voglio anticipare troppo.

Ecco, a proposito di scaramanzia, come vive il giorno che precede l’uscita di un suo film? Ha qualche rito propiziatorio? Nessun rito, assolutamente. Incrocio le dita e spero che tutto funzioni. Recentemente la messa in onda in tv di Al Posto tuo mi ha creato una certa ansia, l’ho vissuta un po’ come una seconda prima, poi è andata benissimo  e posso dire di essere molto soddisfatto.

Il rapporto fra regista ed attori credo sia fondamentale  per un set che funzioni. Nel suo caso, qual è il modo di approcciarsi al cast?  Per me è vitale un buon rapporto con gli attori. Generalmente cerco di stabilire subito un rapporto personale, ma è ovvio che alla base deve esserci sempre una stima reciproca. E’ quanto è accaduto con Luca Argentero: non lo conoscevo prima di Poli Opposti, lo ritenevo un buon attore ma non avevo avuto modo di lavorare con lui. Poi ho scoperto non solo un attore di talento, che arriva sempre     preparato sul set, che studia tanto, ma anche un ragazzo eccezionale, di grande intelligenza; lo stesso ottimo feeling si è creato con Stefano Fresi e con Ambra Angiolini. Credo che il coinvolgimento sia fondamentale su un set, e non parlo soltanto del cast ma anche della troupe, dello staff tecnico. Se riesci a farli sentire indispensabili, cosa che poi è vera, allora si parte con il piede giusto e il progetto ha una marcia in più.

La storia che vorrebbe raccontare e che resta un po’ il suo sogno? Ho i cassetti che straripano di sogni, ci sono tantissime storie che vorrei raccontare. Di persone vere. Oltre alla commedia, adoro il cinema americano classico, e vorrei cimentarmi con un noir o un musical, anche se qui in Italia è complicatissimo, e i produttori non rischiano con questi generi.

Cosa non perdona al cinema italiano? Di sicuro non perdono quando fare questo mestiere, che è il più bello del mondo, diventa bieca routine, o calcolo. Un film è un atto d’amore, è come un figlio, va seguito prima, durante, dopo, anche in fase di distribuzione, nelle sale, va portato in giro, ai Festival. Non riesco a perdonare chi non mette passione in quello che fa.

Un suo pregio ed un suo difetto, professionalmente intendo. Come pregio mi riconosco l’amore per questo mestiere, per il quale mi spendo al cento per cento. Credo che questo, talvolta, possa anche diventare un difetto. Ma di difetti ne ho tanti altri, difficile sceglierne uno!

In genere ama dedicare i suoi film a qualcuno? Certo, ci sono state diverse dediche, specie per i miei cortometraggi. Ai genitori single, a chi non smette mai di lottare, alle donne sole e speciali, quelle che riescono ad andare avanti anche senza un uomo accanto. Mia madre è una di queste donne speciali, e la dedica è ovviamente andata soprattutto a lei.

Se potesse tornare indietro, farebbe tutto allo stesso modo nel suo percorso artistico, o cambierebbe qualcosa? Forse proverei a cominciare prima, ho iniziato a 27 anni, ero ancora giovane, ma tutto è partito soltanto 4 anni fa, quando ero già oltre i quaranta. Ma è un pensiero sul quale mi soffermo soltanto un istante, perché tutto doveva evidentemente andare così e gli errori fanno parte del percorso. Non so quanto sono stata in grado di rendere attraverso le parole tutto l’entusiasmo di Max Croci. La sensazione che resta dopo un’intervista del genere, è che gli ostacoli, le difficoltà, hanno forme ridicole, sono   spauracchi senza pretese, se  a guidarci è la passione.

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Giorgio Ariu

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