GIA COMUNICAZIONE di Giorgio Ariu
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Lunedì, 06 Novembre 2017 09:27

costantino, ficarra e picone - di emilia filocamo

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Molto spesso ho paragonato le interviste ad un viaggio. E fino a questa intervista, il paragone era per lo più dettato da alcuni passaggi fondamentali che sono diventati passi, e dunque cammino, percorso e poi meta. Nel caso dell’intervista al regista Gianni Costantino, il viaggio è stato radice, leitmotiv, principio e fine: come se mi avesse presa per mano e portata dentro ogni fase del suo splendido lavoro. Una gestazione fatta di creatività, talento, idea che prende carne e pelle, per arrivare allo scouting delle location, alla scelta del cast  e alla risoluzione dei momenti più complessi e delicati,fino al montaggio, all’ansia buona della prima che accomuna chi fa cinema. Ecco perché in questa intervista un po’ sui generis, ho trovato qualche  difficoltà a separare con le domande, come se si trattasse di paratie, il grande flusso di emozioni, la marea di dettagli e racconti e suggestioni arrivata dalle parole di Gianni Costantino. Tuttavia ci ho provato e la conclusione è stata  immergermi in un mondo che solo le emozioni sincere, oneste, sono in grado di raccontare fedelmente.

Gianni, cosa vuol dire essere un regista oggi? Le difficoltà, i momenti più esaltanti? Per rispondere a questa domanda devo sinteticamente raccontarti il mio cammino che, dopo il successo incredibile di Ravanello Pallido, ha conosciuto un momento di fermo, dettato da me stesso. Avendo fatto quel film a 28/29 anni, non ero pronto al successo clamoroso e subito dopo, la diretta conseguenza, è stata non riuscire subito a lanciarmi in nuovi progetti per il timore di sbagliare o  per la paura che non potessero essere all’altezza di quanto fatto in precedenza. Solo successivamente mi sono rimesso in gioco e ho collaborato in tutti i film di Luchetti e poi con Ficarra e Picone per i quali,  da La Matassa in poi, sono casting director e aiuto regista. Saranno loro infatti a produrre il mio secondo lungometraggio, una storia on te road di tre fratelli, di cui uno down. Per quanto riguarda i momenti salienti o difficoltosi del mio mestiere, posso dirti che il più bello è sicuramente quello della scrittura, è il momento della grande libertà , puoi inventare situazioni e hai possibilità di fare ricerca. Ho scritto , ad esempio, un film sull’acquafobia, di cui non sapevo nulla e per farlo mi sono preparato leggendo tesi di laurea, andando da psicoterapeuti. E’ la storia di una donna di successo, carismatica, ma affetta da questa fobia che  la porta ad esempio a non lavarsi. Di conseguenza il film racconta il grande disagio e le difficoltà di una donna in gamba che però  non può confrontarsi socialmente. Dopo la scrittura, l’altro momento interessante è lo scouting delle location. E’ la fase in cui puoi conoscere, sperimentare, ad esempio ho scoperto Napoli sotterranea proprio grazie ad un film. Entri in luoghi pubblici o privati che altrimenti non avresti mai conosciuto. La produzione, successivamente, è una fase complicata mentre quella operativa, sul set, è piena di vincoli e problematiche che vanno dalle condizioni di luce a quelle atmosferiche, o da problemi derivanti da situazioni che non puoi assolutamente prevedere.

Stavi parlando del tuo lungometraggio, una storia particolare: puoi dirci di più?E’ la storia di tre fratelli, di cui uno down, interamente ambientato in Kazakistan, un film on the road che racconta un viaggio che porterà i tre protagonisti dal sud del paese, verso il nord. E stiamo parlando di un Paese con ben 250 etnie diverse e tutte nomadi.  E’ la storia di tre fratelli che si conosceranno effettivamente proprio grazie a questo viaggio, accentrati dal fratello down. Le persone affette da questa sindrome sono le uniche che non hanno sentimenti di odio e rancore e per poter scrivere e parlare della sindrome, mi sono immerso in questa realtà, stando a contatto quasi quotidianamente con persone che ne sono affette. In questo film, difficoltoso come immaginerai da ogni punto di vista, ho cercato annullare la lingua che è un elemento in questo caso più di scontro che di incontro, è di far emergere una comunicazione fatta di tatto, di sensazioni, di sguardi.

C’è qualcosa che, da addetto ai lavori, non perdoni al cinema italiano? Più che al cinema, non perdono alcune cose alle persone che fanno il cinema . Non si fa cinema per andare sui manifesti, ma per fare storie che emozionano il pubblico e, purtroppo, negli ultimi anni queste emozioni latitano. E’ strano, purtroppo, vedere che le emozioni arrivano ormai più dalle serie televisive che dal cinema.

Se potessi tornare indietro nel tempo, cambieresti qualcosa del tuo percorso artistico? Forse con il senno di poi, non avrei detto no a tanti progetti che mi sono stati proposti dopo il successo di Ravanello Pallido. Nel nostro mestiere la professionalità ed il talento sono fondamentali, ma è importante conservare sempre la giusta dose di umiltà e confrontarsi. Il viaggio è stato un po’ il leitmotiv di tutta questa intervista. E’ viaggio il nucleo del nuovo progetto di Gianni Costantino, il film ambientato in Kazakistan, è stato viaggio, sebbene fatto soltanto di parole, quello attraverso il quale il regista mi ha permesso di entrare nel suo mondo fatto di ciak, tante attese e di  idee che magari bussano all’anima nel cuore della notte per poi diventare storia, paesaggio, voce e successo. 

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Giorgio Ariu

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