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Venerdì, 10 Novembre 2017 09:23

la guerra dei ricci - di piero addis

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La crescente domanda del riccio di mare, scientificamente Paracentrotus  lividus (fresco e sottoforma di polpa di riccio) nel settore del catering turistico e domestico, ha causato un aumento progressivo dello sfruttamento delle popolazioni naturali di questo echinide. Questo fatto, da un lato indicherebbe potenziali margini di crescita in un settore fortemente depresso come quello della pesca artigianale, dall’altro canto fa sorgere forti perplessità sulla sostenibilità della pesca in un ambiente, la fascia costiera, già sottoposto a pesanti e diversificate pressioni antropiche (incluso l’inquinamento).

La presenza del riccio di mare nei primi strati batimetrici (maggiormente tra i zero e 10 metri di profondità) fa si che la specie sia facilmente accessibile e raggiungibile dai pescatori professionisti e sportivi. Se si aggiunge il fatto che la crescita della specie risulta piuttosto lenta (impiega dai 4 ai 5 anni per raggiungere la taglia commerciale di 5 cm), si comprende come tale risorsa risulti particolarmente esposta alla sovrappesca. 

Per questi motivi la pesca del riccio in popolazioni o “banchi vergini” è molto remunerativa nei primi 5 max 10 anni, ma tende a diminuire progressivamente negli anni successivi. Infatti, se lo sforzo di pesca è superiore alla capacità della risorsa, si assiste ad un progressivo esaurimento delle popolazioni. I raccoglitori di ricci pertanto si spostano verso altri “banchi vergini” finché dopo alcuni cicli di tale esercizio si assiste ai tipici segnali di sofferenza della risorsa: la diminuzione delle densità (ovvero il numero di ricci per metro quadro), seguita dalla riduzione delle dimensioni degli esemplari. 

In Sardegna il prelievo del riccio di mare ha subito una profonda trasformazione: da pesca occasionale a professionale nell’arco di pochi decenni. Negli anni ’60 si praticava essenzialmente con l’imbarcazione tramite l’uso di “sa cannuga”, per poi passare all’esercizio con attrezzatura ARA dagli anni ’70 in poi. Attualmente non esistono dati ufficiali sulle quantità di ricci pescati globalmente e per zone geografiche. I dati scientifici si riferiscono alle indagini condotte a partire dal 2006 dall’Università di Cagliari (Cau et al., Novembre 2007) tramite i finanziamenti della Regione Sardegna (Ass. Agricoltura). Le stime condotte da queste indagini indicherebbero circa 25-30 milioni di ricci pescati ogni anno lungo i circa 1849 km di costa della Sardegna ed una produzione lorda vendibile pari a ca. 8-9 Milioni di euro. Inoltre il consumo pro-capite dei sardi è di ca. 1.1 Kg di ricci anno, nettamente superiore a quello dei giapponesi, tra i maggiori consumatori del prodotto.    

La gestione di questa pesca avviene tramite l’emanazione di un Decreto regionale intorno all’ottobre di ogni anno. In sintesi vengono concessi i permessi di pesca, stabilito il calendario stagionale e pre-stabilito un prelievo giornaliero di 1.500 riccio/giorno/raccoglitore; oppure 3.000 ricci/operatore (se coadiuvato da un barcaiolo). Tale regolamentazione è alquanto discutibile poiché fissa a priori la quota annua di ricci potenzialmente prelevabili senza conoscerne la reale presenza in mare. 

In definitiva le quote così predeterminate sono “fittizie” e basate sulle esigenze della marineria commerciale e non sul reale stato dello stock. 

Nella realtà, per un prelievo sostenibile si dovrebbe tener conto dell’effettiva capacità dello stock nel sostenere la pesca della marineria. In quest’ottica il prelievo dovrebbe basarsi sul protocollo di Stock Assessment o Valutazione della risorsa, che andrebbe successivamente convertito in Quote di prelievo. Attualmente è il modello di gestione con base scientifica attuato in Canada e negli USA, le regioni che vantano la maggior tradizione in questo settore.

Un altro elemento di criticità è che, a fronte delle elevate potenzialità, la filiera della pesca del riccio di mare, appare disorganizzata e difficilmente controllabile in quasi tutti gli anelli della catena. 

Negli ultimi anni è cresciuta l’attenzione da parte di diversi enti regionali (Agenzia Regionale Conservatoria delle Coste) verso questa risorsa. Infatti dal 2009 l’Università di Cagliari, Dipartimento di Scienze della Vita e dell’Ambiente (Direttore Prof. Angelo Cau), sta svolgendo per conto di questo ente delle indagini per testare un modello gestionale idoneo “basato su dati scientifici”. L’area di studio è quella di Capo Pecora dove i ricercatori stanno applicando diversi modelli gestionali, tramite la stretta collaborazione dei raccoglitori di ricci dei Comuni di Buggerru ed Arbus. Infine, nell’ambito di un progetto di ricerca sostenuto dal Centro Regionale di Programmazione (Legge regionale 7 agosto 2007, n.7 : “Promozione della ricerca Scientifica e dell’innovazione tecnologica in Sardegna), si sta indagando sul ciclo riproduttivo e l’ecologia della specie, nonché costruendo uno schiuditoio sperimentale.

 

 

*Università Scienze della Vita 

- Dipartimento di Biologia Marina, Cagliari

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Giorgio Ariu

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