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Lunedì, 13 Novembre 2017 12:28

teatro e cinema al passo di Sebastiano Mossa - di emilia filocamo

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A New York con il Teatro Patologico e  poetico cantastorie nel film con Ornella Muti e Paolo Hendel: a tu per tu con Sebastiano Somma.

Alcune interviste hanno una partenza imprevista, o meglio, hanno la capacità ed il dono di prendere per mano e condurre in direzioni inaspettate. Questo tipo di interviste,  anziché diventare solo un elenco di progetti, di step ed obiettivi raggiunti, elementi assolutamente leciti trattandosi di un botta e risposta volto a svelare l’anima di un artista, improvvisamente deviano verso una piazzola di sosta più intima, nella quale si scoprono dettagli che rendono ancora più ammirevole il personaggio, connotandolo di caratteristiche che, magari, di primo acchito, “ storditi” dall’immagine patinata che ricaviamo  dal grande schermo, dai ruoli interpretati, dai successi targati a loro nome, non riusciamo a cogliere. Restiamo in superficie, perdendoci, forse, un fondale assolutamente stupefacente. Nel caso dell’intervista a Sebastiano Somma, questa sterzata, la virata verso una componente propria assolutamente eccezionale, è arrivata subito, sin dalle prime battute. L’attore è da tempo impegnato attivamente nel Teatro Patologico di Roma, fondato da Dario D’Ambrosi, una realtà che unisce attori professionisti a ragazzi con disabilità fisiche e psichiche con il risultato di creare un unicum che ha ormai valicato i confini nazionali, raggiungendo il Giappone e, prossimamente, New York. Sebastiano Somma rivelerà nel corso di questa intervista la gioia di aver trovato autenticità e semplicità, caratteristiche di cui si ha sempre più bisogno.

Può raccontare ai nostri lettori a cosa sta lavorando in questo momento? Da tempo sono impegnato con il Teatro Patologico fondato da Dario D’Ambrosi, tra l’altro inserito in un corso Universitario di Tor Vergata. La mia collaborazione ha lo scopo di incrementare ovviamente comunicazione e visibilità e ci siamo già mossi in più direzioni, da Tokyo, al Franco Parenti di Milano. Il 4 dicembre, in occasione della giornata Internazionale della disabilità, porteremo al Palazzo di Vetro dell’Onu la Medea di Euripide, con la regia appunto di Dario D’Ambrosi. Il mio ruolo è quello di Creonte.

Cosa le sta regalando questa esperienza così particolare? Possi dire di essere letteralmente contagiato e rallegrato dall’entusiasmo di questi ragazzi, già il loro sorriso mi fa capire che stiamo facendo qualcosa di bello, di importante. In una vita che corre e che spesso è superficiale, c’è bisogno di questo tipo di sensazioni e di gratificazioni. In un mondo in cui verità e sorriso sono due elementi difficili da trovare, penso che la diversità sia la normalità.

Altri progetti? Da gennaio riprenderò Uno Sguardo dal Ponte di Arthur Miller, spettacolo di Enrico Maria Lamanna, ed in cui interpreto Eddie Carbone. Saremo in tournee fino a Marzo e poi, nel contempo, lo spettacolo dedicato ai due Lucio della nostra canzone, Battisti e Dalla, un  bell’esempio di teatro musicale in cui abbiamo la collaborazione del Conservatorio Martucci di Salerno. Poi c’è un film, Mare di grano di Fabrizio Guarducci, con Ornella Muti e Paolo Hendel: la storia di tre bambini, uno dei quali arriva dal mare e si perde nella campagna toscana. E’ una storia molto romantica, in cui interpreto Rimando, un cantastorie molto poetico che aiuterà il bambino a ritrovare la strada. Inoltre c’è un mio cammeo in un film molto particolare di Bruno Colella, My Italy, nel quale interpreto un omosessuale con una vena poetica intensa, il film sta avendo grande riscontro negli Usa. Poi faccio tanto teatro, leggo molto, non mi fermo mai.

Cosa la delude del cinema o della tv italiana? Ci sono molti autori interessanti, eccezionali, intravedo la voglia di cambiare qualcosa ma non c’è ancora lo sforzo definitivo, così come la tv è in difficoltà con la competitività data da altre reti o serie; le reti classiche vivono ancora grazie ad un pubblico affezionato ad alcuni successi e personaggi cari e di successo, penso ad esempio a Don Matteo.

Il complimento più bello che ha ricevuto? Intendo professionalmente. Se penso alle gratificazioni che ad esempio stanno arrivando da Uno sguardo dal ponte fonte di aggettivi come straordinario, strepitoso, non posso che esserne soddisfatto. Sono atteggiamenti di apertura nei miei confronti, visto che, in passato, pur avendo seminato molto, ho subito tante chiusure. Una cosa che ricordo con grande piacere è stato quando una signora mi ha fermato per strada dicendomi che avevo fatto compagnia a sua madre, che non c’era più, per tanto tempo.

Potendo tornare indietro cambierebbe qualcosa del suo percorso? E’ facile dire tornando indietro cambierei, ma tutto quello che ho fatto fa parte del mio percorso. Certo, con il senno di poi e la maturità, ci sono state cose che avrei potuto evitare, ma anche gli errori sono serviti ad essere quello che sono.

Una qualità che si riconosce e qualcosa su cui vorrebbe ancora migliorare? Ma forse avrei dovuto osare di più nel ’90, quando ero a Los Angeles e la mia agente disse che c’era la possibilità di restare, io invece sono andato via, sono tornato in Italia. Mi riconosco, tuttavia, una grande profondità in ciò che faccio, mi piace lavorare molto anche sulle cose più piccole, approfondirle, perché devono lasciare un segno prima in me per poterlo poi lasciare negli altri. Quando sono in tournee, ad esempio, compro i giornali del posto, mi fermo a parlare con le persone, insomma cerco di entrare nelle cose e non viverle superficialmente.

 

Foto di Stefano Guindani 

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Giorgio Ariu

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