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Martedì, 12 Dicembre 2017 09:42

la serie gomorra raccontata dal suo regista: linguaggio rivoluzionario ed eroi negativi - di emilia filocamo

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Linguaggio rivoluzionario ed eroi negativi: la serie Gomorra raccontata dal suo regista, Claudio Cupellini.

Raccontare il male è scendere in un abisso, visitare le tenebre, intingersi dell’asfissia nata dalla mancanza di redenzione, assoluzione. E, nonostante la finzione dovuta, sia essa contenuta nelle pagine di un libro, nelle battute di un copione, nel testo di una canzone, nell’angolazione particolare delle riprese, il racconto, la cronaca, il riportare quella che è la realtà, seppure edulcorata dai ruoli, dai personaggi divenuti famosi, lasciano squame, detriti, una fuliggine fatta innanzitutto della consapevolezza che il male, effettivamente, esiste.

Raccontarlo però  con talento è un’arte, un’arte fatta di attenzione, di passione, di grande compartecipazione. Potrei cominciare così questa intervista, sarebbe d’obbligo e quasi fisiologico intervistando Claudio Cupellini, regista dell’acclamata serie Gomorra, in onda proprio in questi giorni su Sky Atlantic. E per quanto l’atmosfera di Gomorra, sia catrame privo di luce, mare in tempesta senza provvidenza, peccato senza confessione o assoluzione, mi piace pensare che proprio nel racconto di ciò che è oscurità, ci sia una sorta di antitesi, di esorcizzazione, di

“ liturgia” salvifica, di mea culpa foriero di redenzione. Con i suoi personaggi crudi, violenti, violati, votati al male come ad una Mecca nera, Gomorra, a mio avviso, non smette di squarciare l’ardesia senza speranza del cielo sotto cui si muove, con lampi geniali di personaggi indelebili e anche positivi che sembrano addossarsi, a mo’ di martiri ed espiazione,  tutte le colpe, e fare da setaccio e controaltare. Un racconto di contrasti, insomma, come la città che fa da scuro e meraviglioso teatro alla storia. Un racconto che procede per opposti,  bellezza e morte,  sangue e cielo, pistole e bambini, disperazione formato  quartiere e vagiti.

Signor Cupellini, quali sono le novità, dal punto di vista registico, della nuova serie di Gomorra? Direi che non è cambiato moltissimo, se non il fatto di dover raccontare non più Scampia, o meglio non soltanto Scampia, ma quartieri come Forcella e la Sanità.  Un cambiamento insomma nella geografia della serie. E poi altra cosa è dover lavorare con attori nuovi che entrano a far parte di una macchina già ben rodata ed avviata.

Qual è la formula magica del successo di Gomorra? Di sicuro l’originalità della serie risiede nella presenza di eroi negativi che non prevedono alcun intervento salvifico, ad esempio quello delle forze dell’ordine. E’ un racconto del male fedele, che corrisponde a ciò che non accade solo a Napoli, ma in qualsiasi altro posto, e dal quale il pubblico è letteralmente soggiogato.  E poi di rivoluzionario, che non ha precedenti, è il fatto che sia una serie parlata totalmente in dialetto.

La scena di questa serie più complicata e quella a suo parere più emozionante? Una delle scene più difficili è stata sicuramente quella del funerale di Pietro Savastano per la quantità di comparse per creare la folla. E’ stata una scena davvero lunga e complessa. La più emozionante, invece il finale del terzo episodio, quando Ciro lascia in Albania la ragazza liberata.

Cosa la aspetta dopo Gomorra? Mi sto dedicando ad un nuovo film e sto scrivendo altri progetti, ma non posso anticipare nulla.

Come reagisce  a chi contesta a Gomorra di essere quasi un “cattivo esempio” per gli argomenti trattati, quasi una sorta di negativo motivo ispiratore? E’ triste dover parlare ancora di queste polemiche sterili dopo 3 anni, non ha senso. Sono considerazioni inutili che fanno capire anche il livello culturale, non c’è la capacità di discernere tra romanzo e realtà, fra vita e racconto. Nessuno si lamenta delle scene cruente del Trono di Spade o di House of Cards, eppure anche lì è raccontato il male per ciò che è .

Il personaggio di Gomorra che ama di più? Sono legato a tutti i personaggi, ma se proprio devo fare un nome, direi Danielino, nella prima serie.

Come trascorre in genere la sera del “ debutto” di una nuova serie di Gomorra?  Di solito, è accaduto anche l’anno scorso, c’è l’incontro con cast e troupe per il debutto, con quella naturale e necessaria dose di ansia ed impazienza, ma ormai direi che la creatura cammina perfettamente anche da sola. Sono le ultime battute di questa intervista in cui, forse, la parola male è risultata presente dall’inizio alla fine con il suo frak cupo. A Claudio Cupellini riesco solo per un istante a dire che la scena a cui fa riferimento nell’intervista, quella della ragazza riportata in Albania, è una delle mie preferite. E che in quello scambio di sguardi, nero/Ciro Di Marzio,   paura/ riconoscenza della ragazza, ho visto quello di cui parlavo all’inizio. Nessun intervento salvifico, attenzione, nessun lieto fine: solo una speranza, piccola piccola, appena accennata, suonata in sordina. Ma così unica nel fango del male, da valere quanto un grido. 

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Giorgio Ariu

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