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Mercoledì, 24 Gennaio 2018 09:57

nel nome del padre - emilia filocamo intervista vincenzo ferraro

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Chi si aspetta un’intervista tradizionale, e per tradizionale intendo un’intervista fatta di uno schema preciso, di domanda e risposta, e a domanda precisa corrisponde, generalmente, una risposta precisa, in questo caso, nel caso dell’intervista al produttore esecutivo Vincenzo Ferraro, resterà, forse, deluso. E non perché non sia composta come sempre da domande a cui vanno date le giuste risposte, ma perché l’amore del protagonista per Napoli, e per tutta la sua terra, per la provincia come per il centro storico, per Poggioreale come per i quartieri più difficili e complessi, è tale ed esuberante, che ogni “ diga” di domanda che richiederebbe una sola risposta e precisa, diventa solo un trampolino per rinnovare la passione per un territorio che non è solo colpa, pericolo o criminalità, ma che, come il suo film, nel nome del Padre, attenzione con la P maiuscola, rivelerà nei prossimi mesi, è luce, miracolo, coraggio, genialità, simpatia, voglia di vivere e, anzi, di risorgere.

Vincenzo, qual è stata la scintilla che ha fatto nascere un progetto così importante socialmente, Nel nome del Padre? Il progetto è nato essenzialmente per ragioni territoriali, oltre che per passione nei confronti di questo mestiere. Questa è una terra martoriata dalla criminalità ed il nostro film vuole essere una risposta a tutto ciò, una luce, una fiamma di speranza, perché non siamo questo, o meglio non siamo soltanto questo. Ci sono persone piene di dignità che, nonostante le difficoltà e i problemi che affrontano ogni giorno, continuano ad avere una vita onesta e retta. Sono di Giugliano, conosco tante brave persone. Oggi si parla tanto di baby gang,  quasi di terrorismo, ma in realtà la mia convinzione è che se la scuola e le Istituzioni funzionassero diversamente, facendo sentire di più la propria presenza, molte cose non accadrebbero. So che può sembrare un discorso banale, quasi retorico, ma chi tutti i giorni deve affrontare una vita in cui manca il lavoro, mancano le condizioni basilari per la dignità, molto spesso anzi troppo spesso, è preda della disperazione e delinque.  Questo perché la società non garantisce i requisiti fondamentali per condurre una vita dignitosa.

Quindi il vostro film è sostanzialmente un inno alla speranza? Direi proprio di  si: è un film che non criminalizza, ma racconta, e racconta di una possibilità di uscita, di redenzione. In questa operazione di grande impatto emozionale e passione, un grazie sincero va al regista Gabry Gargiulo e alla sceneggiatrice, Barbara Romano. Entrambi hanno saputo rendere al meglio quello che volevamo trasmettere, questa inversione di rotta per un territorio che, apparentemente, sembra senza assoluzione.

Napoli è l’altra grande protagonista di questo film. In che modo il senso di “resurrezione” è stato concepito nel modo di girare, non so nella fotografia? Il paesaggio ha contribuito a dare questa nuova chiave di lettura? Abbiamo girato ben 140 scene fra Poggioreale, le Rampe di Sant’Antonio e la provincia. Il montaggio è finito, adesso siamo in post produzione. Posso dirti che molte persone che ci hanno avvicinato, anche ragazzi di strada, si auguravano e ci chiedevano che non fosse ancora una lettura “ negativa” del territorio, e così è stato.  Per lo più abbiamo girato di mattina presto, ma ci sono diverse scene, come quella alle Rampe di Sant’Antonio, in cui lo sguardo dei protagonisti abbraccia il paesaggio, mettendo in luce la bellezza di una terra unica che merita un riscatto, oltre che rispetto.

Cosa ti aspetta dopo questo film? Altri progetti? Ho avuto tante belle esperienze, ho avuto la possibilità di lavorare con  Giovanni Minoli per la Rai, sono sempre alla ricerca di nuove idee. Adesso punto ad una storia d’amore, una storia giovane, fresca, ma devo mettere in piedi la squadra giusta perché per partire nella maniera corretta, bisogna avere un gruppo di lavoro valido, come quello che ho avuto per questo film. Sono le ultime battute dell’intervista a Vincenzo Ferraro. E’ strano chiudere un’intervista e sentirsi addosso   una città, Napoli, bella e dannata. Uno spettacolare Cristo di case, vicoli, gente  e canzoni che merita di risorgere. 

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Giorgio Ariu

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