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Mercoledì, 24 Gennaio 2018 10:01

Il teatro richiede la stessa religiosità di una Chiesa - di emilia filocamo

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A tu per tu con “il Cavaliere di Riparata”, l’attore Claudio Botosso, reduce dal successo de La Locandiera.

Del teatro Vascello ho un ricordo non abbastanza sfocato per diventare labile. Pur risalendo a qualche anno fa, mantiene intatti contorni ed emozioni. E’ un ricordo che fa rima con teatro, con Roma, con arte, è soprattutto una giornata di primavera, di quelle che nella città eterna sembrano glassate da un’eleganza unica. Il mio ricordo risale ad una serata di teatro appunto. Fatta di attesa costumata, di file ordinate, di profumo, biglietti e bottiglietta di acqua al seguito. Per questo quando ho avuto l’opportunità di intervistare Claudio Botosso, che dal 19 al 23 dicembre 2017 è stato in scena proprio al Teatro Vascello di Roma con la Locandiera, i ricordi sono venuti prepotentemente a galla e mi hanno trascinata.  La mia ammirazione per chi fa teatro, per chi fa di questo mestiere tutto prime, prove, sipario e luci, si è miscelata in maniera armonica con il ricordo e con le emozioni provate allora. Qualcosa che, seppure lontano nel tempo e non ripetibile, ti graffia l’anima per sempre diventando una cicatrice buona che va ostentata con affetto.

Claudio, puoi raccontarci cosa è accaduto dal 19 al 23 dicembre al Teatro Vascello e le emozioni del tuo spettacolo? La tensione è molto forte, quando si debutta a Roma con uno spettacolo teatrale: In sala ci sono produttori, registi, i colleghi, giornalisti, gli amici. Sono lì ad osservare te. La Locandiera che abbiamo portato in scena dal 19 al 23 dicembre, con la regia di Stefano Sabelli e con l’attrice Silvia  Gallerano nel ruolo di Mirandolina, è un classico e ti confronti con le messe in scena di Visconti, l’interpretazione di Mastroianni. La mia impressione è che il debutto sia andato bene: il pubblico si è divertito,  ha riso e applaudito. 
Qual è, fra tutte le serate di replica, quella che, sicuramente, ti porterai nel cuore? Non  ce n’è una particolare, perché ogni sera la replica è differente. Piccole sfumature, impercettibili per il pubblico, di cui solo l’attore è consapevole. Sentimenti  che ti appartengono, che danno vita al personaggio, che non posso  non avere a cuore.

I momenti più intensi e quelli più complessi, se ce ne sono stati? Come dicevo all’ inizio: il timore per il giudizio del pubblico e della stampa 
Cosa ha il teatro di irrinunciabile in termini di emozioni? La religiosità del luogo. Il teatro richiede silenzio, concentrazione, fede, proprio come quando si entra in una chiesa, credenti o meno.        

Una tua opinione sulla situazione del teatro in Italia al momento. Mi sembra che soffra come il cinema e la televisione di un potere oligarchico.        

Prossimi progetti? Il mese prossimo riprenderemo le repliche    de La Locandiera a Firenze e Viterbo.    

Quando si apre il sipario a chi o a cosa va il tuo primo pensiero? A mia figlia Vittoria.

Se non fossi diventato un attore, oggi saresti? In realtà non lo so. Ricordo che da adolescente mi vedevo via via come  un giornalista, una rock star, un insegnante di lettere, un criminale, ovviamente  un calciatore, un poeta. Ero facilmente influenzabile dalle letture, dai film che vedevo, dalle persone che incontravo e frequentavo. E in effetti sono un attore grazie all’ incontro con alcune persone.  Perché un destino ed una storia sono fatti di incontri, oltre che di passione e talento,  e Claudio Botosso, sul finale di questa intervista, ce lo ricorda senza difficoltà.    

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Giorgio Ariu

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