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Mercoledì, 24 Gennaio 2018 10:06

la benedetta follia di verdone - intervista a de laurentiis di emilia filocamo

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Una vita ed una famiglia all’insegna del cinema. A tu per tu con Luigi De Laurentiis dopo l’uscita del nuovo film di Verdone, Benedetta Follia.

Parlare di cinema quando il cinema non è soltanto un’idea, un sogno/ progetto con una insperata realizzazione, un mestiere che ha incrociato il proprio percorso all’improvviso, una data con un orario ed un’occasione colta al volo, un colpo inaspettato di fortuna, una chance afferrata con abilità e tempismo, parlare insomma di cinema quando il cinema stesso è culla, poi casa e destino, è un’esperienza davvero unica, emozionante per chi, come me, guarda al cinema come ad un miracolo –barra –magia. E questa esperienza mi ha toccata due volte, avendo avuto l’opportunità di intervistare nuovamente Luigi De Laurentiis. Le domande, da quelle inerenti l’ultimo film di Verdone, alla tipologia di dettagli che inducono il giovane produttore ad accettare la sfida di un nuovo lavoro, mi hanno introdotta piacevolmente in un mondo nel quale il cinema è storia, cambiamento, evoluzione, passato, presente e futuro. Un mondo nel quale le idee, quelle giuste, le storie, quelle valide, sono tramandabili al bar magari in pochi minuti ma capaci, con un semplice passa parola, di diventare racconto collettivo; un mondo nel quale il riscontro al proprio talento, al genio buono che, sfuggito alla lampada realizza un’intuizione dandole futuro e storia, era dato un tempo dalla folla assiepata davanti ad un cinema, da prenotazioni anticipate grazie alla tecnologia oggi. Un mondo nel quale il fascino è la costante immutata ed immutabile, qualcosa di eterno che ci porta a sgranare gli occhi oggi come allora.

Signor De Laurentiis, a proposito dell’ultimo film di Carlo Verdone “ Benedetta Follia”, da alcuni definito uno dei più belli del regista, qual è stata la sua prima impressione approcciando il progetto? Benedetta Follia è nato dopo un lungo lavoro iniziato per trovare 2  nuovi sceneggiatori, anzi, il primo step è stato trovare nuova linfa creativa. Da  lì i due sceneggiatori, Guaglianone e Menotti, che hanno una impostazione assolutamente onesta e corretta di questo mestiere, hanno immediatamente individuato il soggetto valido, quello appunto di Benedetta Follia. Verdone è stato subito colpito dal racconto anche perché gli ha permesso di tornare un po’ al suo modo di raccontare il mondo femminile. Così siamo stati subito tutti d’accordo: ovviamente il film ha avuto diverse versioni di sceneggiatura e la prima idea è stata descrivere l’amore al tempo delle app, e dunque toccare un tema assolutamente contemporaneo. E’ chiaro che il film non è soltanto questo, ma è molto più profondo, ma questo è il leitmotiv, l’appeal, la motivazione accattivante di cui un nuovo film ha sempre bisogno per attrarre.

Lei come vive ogni volta la sera precedente all’uscita di un nuovo progetto? Ci sono delle abitudini, non so dei riti scaramantici?  La sera precedente si vive religiosamente guardando i siti di prenotazioni nei cinema, si chiamano i cinema di riferimento per vedere quanti hanno prenotato, più che di riti scaramantici si tratta di riti tecnici e la tecnologia oggi, in questo, ci aiuta tantissimo. Una volta mio padre e mio nonno, che non avevano ovviamente a disposizione cellulari o altri mezzi, andavano al cinema il giorno dell’uscita del film per vedere quanta gente c’era davanti alla sala. Era di certo un impatto più difficile e complesso emozionalmente, ma anche più vero, oggi di sicuro  ricevere le prime proiezioni da un pc è molto più freddo, asettico.

Sesto senso, intuito, formule precise: quali sono i criteri e gli indicatori che  la portano a produrre un film? Ma più che criteri direi una passione estrema nel voler trovare il meccanismo di racconto che possa convincere la gente a venire al cinema. E il meccanismo varia: a volte possono, ad esempio, essere le tematiche: seguiamo i trend del momento, cerchiamo suggestioni precise. Tuttavia parto dalla considerazione che l’aspetto fondamentale sia che l’idea si possa raccontare in tre semplici parole. Mi passa sempre alla mente l’immagine di un bar della provincia o di una grande città italiana nel quale un individuo racconta ad un altro qualcosa che l’ha colpito in sole 3 parole. Ecco  quella facilità di racconto diventa anche, di conseguenza, facilità di trasmissione e comunicazione. E dunque praticità. Ed idea vincente.

Cosa la delude del cinema italiano?Mi delude che ci siano troppi film scritti in modo approssimativo: troppe uscite all'anno di film italiani, la maggior parte dei quali stenta a trovare un incasso. Evidentemente da un lato c'è un sistema didattico, scolastico, che non produce una quantità sufficiente di nuovi scrittori per il mercato e, dall'altro, si nota troppo spesso una impostazione sbagliata nelle storie da raccontare. A volte si pretende di raccontare vicende complesse a cui manca una struttura narrativa valida che permetta al pubblico di immedesimarsi nei personaggi. Questo inficia il lavoro, rendendo anche poco intrigante il tema complesso scelto dall'autore. 

 

Il nome della sua famiglia rima con la parola cinema. Ma lei ha mai desiderato di fare qualcosa di diverso? Mio padre ha provato a fare qualcosa di diverso comprando il Napoli che è comunque un’altra forma di entertainment. Uno stadio è come un cinema con tante più poltrone ed una partita di calcio è comunque un evento: lì si esulta per un’azione, nel cinema per una scena recitata o fatta bene. Per me il cinema è una vocazione, sono 14 anni che faccio questo mestiere , sono quasi al mio ventitreesimo film, voglio continuare a  farlo, ma sto anche diversificando gli interessi attraverso la società del Napoli e le altre attività che compongono il nostro gruppo aziendale.

Cosa la aspetta dopo Benedetta Follia? Prossimi progetti? Stiamo già lavorando al prossimo film di Carlo Verdone e poi ad una novità, una serie televisiva sempre con Carlo Verdone.

Il suo sogno da bambino? Portare avanti il nome di mio nonno con orgoglio, e non solo per un fatto di averne appunto ereditato il nome ma proprio come pioniere di una nuova generazione improntata al suo stesso stile, al suo entusiasmo. Sono cresciuto guardando mio padre che lavorava con mio nonno e non ho mai avuto altra vocazione se non quella di continuare la tradizione di famiglia. L’intervista con Luigi De Laurentiis si chiude qui. Non ho avuto abbastanza tempo, o forse coraggio, per rivelargli che, mentre ascoltavo incantata il racconto della sua vocazione e della sua famiglia, mi scorrevano davanti le immagini di un altro film, un altro viaggio. Una sala in penombra, un solo spettatore ed una sequela di ritagli “ proibiti” di pellicola contenenti scene d’amore assolutamente romantiche e baci d’altri tempi.  Pochi istanti per rendere tutto l’incanto del cinema e di chi al cinema dà anima e cuore. Ma questa è un’altra storia… 

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Giorgio Ariu

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