GIA COMUNICAZIONE di Giorgio Ariu
Dal 1971 raccontiamo e promuoviamo le meraviglie della Sardegna: le sue coste, la sua gente e le sue tradizioni. Attraverso le nostre riviste, i nostri libri, e le campagne su misura per ogni ente pubblico e privato. La nostra Casa Editrice offre sistemi integrati di comunicazione per ogni impresa: riviste, libri, eventi, format e spot TV, materiali promozionali, studio e realizzazione di loghi e marchi aziendali.

Giovedì, 01 Maggio 2014 03:37

MARTIRADONNA L’OPERAIO QUASI AZZURRO

Scritto da
Vota questo articolo
(0 Voti)

10A VOLTE LE IMPRESE PASSANO NEL DIMENTICATOIO, altre volte si perdono i particolari che rendono una storia leggendaria, ma non qui, non a Cagliari, e soprattutto non di quello scudetto. Forse molti non conosceranno a memoria la storia della nostra città, ma gli undici nomi della formazione rossoblù 1960/1970 li ricordiamo perfettamente. E tra quei nomi c’era anche Mario Martiradonna: c’era Mario per la promozione in serie A, e c’era anche per vedere la squadra simpatia nell’olimpo delle vincitrici. «Lo scudetto è stato il coronamento di un’annata fantastica. E pensare che quella stagione dovevo partire in panchina! Ero ad Ischia, in vacanza con la famiglia, quando apro il giornale e leggo “Scopigno punta sul nuovo arrivo De Pietri”. Traduzione? Io in panchina e 90 minuti promessi per De Pietri. Immediatamente faccio le valigie e torno a casa, indosso la canadese e inizio una serie di durissimi allenamenti per conto mio. In preparazione ho corso come un pazzo e dopo poche partite sono diventato titolare. De Pietri, invece, rimase in panchina. Poi è stato un continuo turbinio di partite, gol, vittorie e bagni di folla. L’orgoglio della città, della Sardegna intera andava di pari passo con la nostra, almeno con la mia. Di soddisfazioni personali, quell’anno, me ne sono tolta qualcuna: tra tutte, l’aver marcato e fermato - da difensore puro - un centrocampista chiamato Gianni Rivera. Certo, ho dovuto affrontare qualche battuta d’arresto come l’addio forzato alla Nazionale, ma ne sono sempre uscito a testa alta, e alla fine sono state la tenacia e la grinta ad avere la meglio. Sono sempre stato così, fuori e dentro il campo da gioco, la vita l’ho presa di petto con determinazione. È una questione di mentalità e di serietà professionale. Non volevo mai perdere, non saltavo un allenamento. Era importante dare sempre il massimo per poterti confrontare con ritmo e classe. Il mio Cagliari era tutta un’altra musica: ricordo la classe di giocatori come Cera e Nenè, la qualità e la pulizia del movimento di Domenenghini, senza nominare quella potenza chiamata Riva, capace di goal straordinari e giocate da manuale. Se non si fosse infortunato con la Nazionale, in Coppa dei Campioni saremmo arrivati alla finalissima. Insomma, ricordo un Cagliari che faceva scuola dentro il rettangolo verde. E fuori dal campo una cosa ci rendeva più forti: l’affiatamento. Abbiamo saputo creare un buon feeling, complice la giovane età e la voglia di farci notare, di fare carriera. Il sergente di ferro Silvestri, magnifico allenatore, ci ha aiutato a cresce e maturare insieme, e spesso questa caratteristica può fare la differenza. Discutevamo, certo, ma dopo la partita davanti a un piatto di spaghetti si tornava a ragionare tutti insieme per cercare una soluzione. Ancora oggi, incontrare un mio ex compagno per strada, è una grande emozione. Il Cagliari degli anni d’oro poteva e meritava di vincere di più, di uno scudetto». Di soddisfazioni personali, quell’anno, me ne sono tolta qualcuna: tra tutte, l’aver marcato e fermato - da difensore puro - un centrocampista chiamato Gianni Rivera 

Letto 2049 volte