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Giovedì, 01 Maggio 2014 03:49

QUELLE COSE MAI DETTE

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I riti durante le trasferte, quelli prima delle gare casalinghe.
Le lughe e schiette chiacchierate con Riva e le riflessioni su quella stagione da incorniciare.
Anche a a distanza di quarant’anni.

Eravamo all’Hotel Rosa, dietro il Duomo, come al solito, prima che “loro” affrontassero l’Inter a san Siro. “Loro” erano Luigi Riva e i suoi compagni: il Cagliari, insomma, quello vero con lo scudetto sulle maglie. Scudetto riconosciuto per primo dal Milan, penultima giornata del passato campionato. Risultato 0-0, però le medaglie d’oro già coniate, e consegnate, nel campo per destinazione, efficienza meneghina. Mentre nella nostra isola tra regione, provincia e comune bisognava decidere. Infatti le medaglie-scudetto le fece la Esso, standard in margine ad un programma pubblicitario per vendere più benzina, con lo slogan “Cagliari mannu”. Slogan puntualmente impugnato e rovesciato dai sassaresi in “Tattari mannu”. La risposta dal Capo di sopra, inferiore al Capo di sotto non per la superiorità di codesti ma per il livore di quelli. E se il vostro è meno lungo del nostro, ve ne daremo un pezzo del nostro: perché il vostro sia lungo quanto il nostro... È vero che Sassari ha prodotto più capi di stato, primi ministri, ministri, vice ministri, innumerevoli sottosegretari di stato e segretari di partito, ma l’intelligenza del pallone è altra cosa. Ai tempi di Gianfranco Zola, col Cagliari in serie C, si sarebbe potuta colmare in parte la lacuna. Invece scoppiò la guerra dei poveretti. E Zola, che da solo valeva la serie B, fu venduto, quasi regalato, al Napoli, coi buoni uffici moggiani, e i sogni rimasero nel cassetto. Nell’albergo milanese dietro il Duomo c’era un bar con un tavolino speciale: un tavolino con la scacchiera del gioco della dama. E noi scendevamo al “Rosa” per quella scacchiera. Perché Luigi, prima di andare con la squadra allo stadio, usava concentrarsi sulla dama. Era fortissimo nei giochi di destrezza, piedi e mani; avrebbe vinto comunque, ma per il bene della partita, non era certo il caso di giocarsela...alla morte, come lui. Eppoi avevamo tra le mani una copia del “Giorno”, il giornale di Gianni Brera, di cui sono stato allievo dodici anni, allenandomi a mia volta per il mio “Corriere”. E Brera amava fare le carte al campionato (non usava il vocabolo giusto: pronostico, si dice così). E le carte avevano suggerito il risultato: secco 3-1 per l’Inter. E Luigi non era molto contento: così, a San Siro si dette subito da fare. Al primo gol, in tribuna stampa, il pittore Enzo Lucenz (amico di Manlio Scopigno) si volse a salutare in cambio di un risolino il mitico Brera, che in fondo un gol del Cagliari l’aveva previsto. Al raddoppio di Luigi, però, il risolino del vate dell’oltrepò pavese era scomparso, e Lucenz sghignazzava come fosse stato ancora sui marciapiede di Parigi. Ed al terzo gol di Domingo, il maestro-indovino non c’era più, e non potè assistere all’1-3 finale. Merito dell’indomabile orgoglio neroazzurro? Niente affatto. Poiché l’Inter non si decideva a rispettare il pronostico breriano (sebbene rovesciato) il Cagliari fece anche un dannato autogol. Quarta giornata di campionato, sette punti in classifica. Il Cagliari già volava verso il secondo scudetto. Purtroppo il sabato successivo Luigi (Riva) subì la seconda frattura ad una gamba in Nazionale, a Vienna, contro l’Austria. Killer di turno il mediano del Wiener Sportclub, Hoff II, che l’attaccò da dietro vendicando un colpo subito in Coppa. Tibia e perone. Fine del sogno. Vinse l’Inter che il Cagliari aveva battuto 3-1 a San Siro. Addio anche alla Coppa dei Campioni, al secondo turno. Andrea Arrica sostituì Riva con l’ex juventino Menichelli. Nel caso l’aveste dimenticato, ricordo quanti gol fece il povero Menico richiamato dalla pensione: già...nemmeno uno. Un altro anno ancora. Riva guarito e pimpante. La Juventus straripante. Eppure a poche giornate dal termine, un solo punto a favore della squadra della Fiat, il secondo scudetto sfuggì al Cagliari per una ruberia. Forse la più stupida ruberia della storia del calcio. Nel finale, sull’1-1, con la Juve stremata, Toselli di Cormons negò un rigore di quelli che si fanno vedere a Coverciano ai giovani arbitri.
Morini, giocatore di rugby, oltre che di calcio, abbracciò Luigi e lo atterrò in piena area. Morini giocava anche con le mani. Toselli non se accorse? Ezio De Cesari, prima firma del “Corriere dello Sport” (nella vita ingegnere civile) scrisse: era rigore, l’arbitro l’ha visto e non l’ha dato. L’abbiamo riscritto tante volte. Mai una smentita, mai una querela. Cos’era successo? Il Cagliari rivoluzionario non serviva più. E neppure il piano di rinascita che aveva finanziato la grande industria chimica fallita. Lo scudetto di quaranta anni fa. La leggenda della rivoluzione mai più ripetuta. I gol di Riva fecero passare in secondo piano problemi gravi e urgenti della regione. Ma non è che vendendo il miglior attaccante di tutti i tempi, come suggerivano i benpensanti del belpaese, per costruire una scuola o una chiesa, magari un ospedale, sarebbe cambiato qualcosa. Dubito dell’ospedale. Di certo ai sardi sarebbe stato negato lo scudetto tricolore che ebbe valore e significato di riscatto sociale: comunque gioia immensa, orgoglio dell’isola. All’alba andavamo al Floriana. Coi cani. Il collega diceva: «Apri il bar?» Ed io: «E tu porti il latte?» Eppoi la trasferta. Quella domenica al nord: il Vicenza di Maraschi, uomo-gol di rispetto (più tardi il Cagliari se lo prenderà, ormai anziano). Inviati le cosiddette grandi firme, direttori e capiredattori. Vasi di ferro. Ed un vaso di coccio: me medesimo, giovanissimo e...titubante. A Roma, Ghirelli aveva sbagliato la designazione: eppure poteva impiegare Tosatti, De Cesari, Dominici, Pistilli, Pennacchia, Bocca, Nava, Neri, Girelli. Insomma, c’era il fior fiore dei tecnici e degli scrittori... Mi sentivo in trappola, avevo paura. Aspettavano il Cagliari al varco. Aspettavano che cadesse: e lo scudetto, sulle maglie della Fiorentina, tornasse a Milano, o Torino. Aiutoooo... Nei resoconti, mi avrebbero sbranato, i maestri del giornalismo. A cominciare da Brera e Zanetti, il potente direttore della Gazza (oltre che amico di famiglia). Luigi mi lesse in faccia. «Hai paura... E come ti permetti, se devi lavorare... Se hai paura, resta a casa!» Era un duro, oltre che un orso. Un immenso amico. Una volta, aveva la pubalgia, si mosse poco: scrissi che era stato il terzo palo: mi strinse la spalla con la manina: ancora mi fa male. Cioè...una carezza come un maglio, o un maglio che era una carezza. Però risolse il mio problemino, e quelli più grandi della partita, e non ultimo, del campionato. Scese in campo come in guerra, e fece due gol. Segnò anche Maraschi, raggiunto in vetta alla classifica dei cannonieri. Il secondo gol Luigi lo buttò in porta in rovesciata: e quasi staccò il naso al povero Carantini, il libero. E quel gol in rovesciata nella storica domenica di Vicenza, lo ritiene il più bello della sua carriera. Alla salute nostra e alla faccia di chi non ci voleva bene. In Nazionale, per la cronaca, il gol che sceglie è quello in tuffo di Napoli rischiando di rompersi la testa. Non mi occupo qui dello scontro all’ultimo gol (ma chiamiamoli rigori, perché quel giorno il famoso Concetto Lo Bello di Siracusa arbitrò tutt’uno partita e risultato...) sul campo della Juventus. Voglio ricordare la vera partenza-scudetto. Accadde l’anno precedente. Vinse la Fiorentina per due motivi. Il primo, a Napoli, dove la squadra viola passò senza trovare opposizione, il Cagliari fu fatto a pezzi: in venti minuti, due gol, un palo, una traversa e un paio di parate strepitose di Albertosi. Avessero giocato sempre così, lo scudetto l’avrebbero vinto gli azzurri in carrozza. Il secondo motivo. Ci sarebbero voluti un centinaio di milioni in più per pagare eventualmente un premio non previsto. Il secondo posto non disse tutto: quel Cagliari giocò il miglior calcio della sua storia. Riva e Boninsegna...picchiarono tutte le difese italiane. Bobo aveva un colpo più dello stesso Luigi: agganciava palloni in orizzontale a novanta centimetri da terra. Riva usava il sinistro come una terza mano. E il destro era normale: non é vero gli servisse solo come appoggio, o per legare i lacci. Fosse stato ambidestro, non avremmo più speranza di trovarne uno migliore. Un invito ai giovani: per capire e gustare, guardatelo al rallentatore. Oggi si gioca di più, ma non meglio.

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